venerdì 6 febbraio 2015

Il sogno eretico: Caparezza è tutto qui

È passato quasi un anno dalla mia recensione di Museica, il sesto album di Caparezza. In sostanza, la mia opinione è che il rapper di Molfetta, mio idolo incontrastato da più dieci anni, col passare del tempo sia enormemente migliorato dal punto di vista musicale. Ai tempi di Verità Supposte cantava (più che altro parlava) maluccio su basi poco curate e uguali per tutta la canzone; la differenza si nota soprattutto con l'ultimo album, Museica, in cui il Capa canta spesso e bene, e la musica è ben mixata, ricercata, e si passa da uno stile all'altro con gioia e naturalezza.
Fine dei pregi del nuovo Rezza? L'anno scorso pensavo di sì, gli ultimi album sono molto distanti dal magnum opus, da quell'Habemus Capa che è stato subito sentenza definitiva: Michele Salvemini è il miglior rapper d'Italia (e forse anche del mondo, cazzo). Oggi sono diverso, più equilibrato (vedi fine post, se non vuoi leggere tutta la pappardella).
Ed eccoci: ho deciso di recensire il quinto album di Caparezza, Il Sogno Eretico. Un po' perché ve l'avevo promesso (chissenefrega direte voi), un po' perché, nonostante qui Capa non abbia ancora indossato le vesti di Messia, è questo l'album della svolta.

Bando ai convenevoli:

Nessun dorma/Tutti dormano: Brani introduttivi al primo singolo. L'autore si auspica un risveglio delle coscienze, ma è profondamente consapevole che il suo è solo un sogno (eretico?). Molto carino il teatrino successivo, con il cabarettista Capa a far satira sul mondo della musica. 

Chi se ne frega della musica: Bellissimi concetti, musica snervante. Un po' come "Torna Catalessi", ma la critica è concentrata sul mondo digitale e della musica.  

Il dito medio di Galileo: Nonostante la totale assenza dei giochi di parole che ci piacciono tanto, il collegamento tra Galileo, il suo dito medio (che, casualità, è l'unica parte del suo corpo sopravvissuta nei secoli) e l'invettiva contro i dogmi è qualcosa di riuscitissimo. È un invito a sdoganarsi dalle credenze comuni, anche in maniera violenta, se necessario ("nessuno sarà più chiamato babbeo se lo infilerà nei pressi del perineo"). Applausi a scena aperta per Caparezza, se non fosse per la musica orrenda.

Sono il tuo sogno eretico: Questa è veramente bella. Musica incredibilmente coinvolgente, personaggi scelti in maniera magistrale: Giovanna d'arco (sono una donna e sono una santa, sono una santa donna e basta! Sono stata una casta vincente prima che fosse vincente la casta.), Savonarola (qua è sicuro che non me la cavo, mi mettono a fuoco non come la Canon), Giordano Bruno (mi chiamo come il fiume che battezzò colui nel cui nome fui posto in posti bui, mica arredati col feng shui). Il ritornello è una fusione di immediatezza e significato: "Mi bruci per ciò che predico, è una fine che non mi merito; mandi in cenere la verità perché sono il tuo sogno eretico".
Bravo Michele.

Cose che non capisco: Problemi, incoerenze, la TV che, piuttosto che fare cultura, mira all'autoconservazione e alla massimizzazione dei profitti. Il pezzo più rap dell'album, un bel lavoro, rovinato da un ritornello gracchiante. Capa ha la voce acuta e non è mai stato a lezione di canto, ok, ma neanche le parole sono granchè: "tu ti fai troppi problemi Michele, tu ti fai troppi problemi, non te ne fare più". Mi verrebbe una rima che non scrivo per decenza.

Goodbye Malinconia: Sono monotono se dico che la prima cosa che noto è un ritornello indegno con un Tony Hadley che non c'entra niente? Mi vedo costretto a fondare un'ONLUS per l'eliminazione dei ritornelli che fanno cagare. Il tema, più che banale, è troppo generico: la crisi economica, politica e morale del Belpaese; similitudini e riferimenti apprezzabili (da Beethoven a Cicciolina), anche se io amo le frasi attorcigliate e ricche di orpelli che Capa forse non vuole più fare.

La marchetta di Popolino: Qui si critica la frangia più arretrata del popolo italiano: le persone che vanno fiere della propria ignoranza, che sottolineano le malefatte altrui senza guardare in casa propria, caratterizzate da una predisposizione alla violenza, fisica e verbale. Dal posteggiatore abusivo, a quello che facciamo passare davanti in fila alla posta perché non vogliamo scocciature. Il problema è proprio l'onnicomprensività: io posso essere d'accordo sul prendere di mira le persone rozze e violente, ma questa canzone è un atto d'accusa al popolino nella sua interezza, compresi i ragazzini (maleducati, sì, ma le colpe non sono loro) e coloro a cui magari piacerebbe essere diversi, ma semplicemente non hanno nè la consapevolezza, nè i mezzi per farlo. Quasi tutti gli italiani sono figli o nipoti del popolino (non tutti della frangià più estrema, per fortuna) e avrei preferito che a un certo punto della canzone fosse inserito un desiderio di riscattare questa parte della popolazione, spesso e volentieri ignorata, piuttosto che continuare la mitragliata sulla Croce Rossa.

La fine di Gaia: Non sentivamo il bisogno di essere rassicurasti sul fatto che quella della fine del mondo nel 2012 fosse una bufala. Canzone orecchiabilissima ma insulsa, tutte le grandi verità di cui si fa portatrice sono raggiungibili, con tre secondi di ragionamento, da una persona il cui QI raggiunga le 2 cifre.

House credibility: Musica FENOMENALE. Bellissimo il contrasto tra voce singola e parte corale, con la fine di ogni periodo caratterizzata da ritmo e intonazione diversi. Veramente musica, in un album che mi ha deluso musicalmente in molti dei suoi brani. Originale pure il tema: le nostre case non sono sicure come crediamo. C'è anche un gioco di parole con la street credibility, concetto fashion per rapper fighette.

Kevin Spacey: Dato che la gente lo critica senza un motivo (e in Museica ci fa capire, pure troppo, quanto la cosa lo infastidisca), Caparezza, dà loro quello che vogliono: rivela i finali di tutti i film più famosi. "Avete un motivo, avete un motivo!"

Legalize the Premier: Se "Gli insetti del podere" e "Ninna nanna di Mazzarò" non fossero bastate, ecco il terzo capitolo in salsa reggae. Mentre nelle prime due l'obiettivo delle critiche poteva pure essere confuso, e il divertimento era cercare di capire chi fosse e allargare il campo anche ad altri soggetti colpiti dalla stessa ironia, qui è tutto chiaro. Silvio Berlusconi è il principale obiettivo (troppi troppi riferimenti per mancarlo) anche se si sottolinea il rischio che, come lui, possano fare altri in futuro. Musicalmente molto riuscita, si apprezza anche il gioco tra la musica reggae da un lato, e l'obiettivo della legalizzazione: tutt'altro che quello solitamente veicolato con tale mezzo.

Messa in moto: "Per una volta la preghiera ve la faccio io, che sono il vero Padreterno, mica faccio dio. Basta con queste lagne: sono uno stridio che logora le coconuts più di Kid Creole" Geniale capovolgimento: Dio si annoia a morte, si sente addirittura torturato dai piagnistei e dalle suppliche di fedeli superficiali e caratterizzati da un estremo cattivo gusto (il crocifisso, seppure non citato, viene in mente). Dio vuole divertirsi e scappa in moto, visita luoghi impensabili e cerca di dimenticarsi la sua eterna esistenza da depressione. Avrei da citare l'intero testo per mostrare il mio entusiasmo, per cui andatela a sentire!

Non siete stato voi: Ipse dixit: questa non è una canzone di Caparezza. È tutto quello che ho da dire.

La ghigliottina: In questo energico brano, Capa chiede a Danton (ma il brano si ispira a tutte le rivoluzioni, non solo a quella francese) come si faccia una rivoluzione. Nel mondo di oggi, dice, i problemi del popolo rimangono inascoltati, mentre tutti si atteggiano a rivoluzionari. Ci sarebbe da perderci la testa (da qui il titolo), ma non bisogna darsi per vinti. Bisogna fare una rivoluzione, pacifica, ma decisa!
Anche la musica sottolinea la forza con cui si chiede un cambiamento. Dà i brividi e ti porta a urlare a squarciagola dopo due secondi netti dall'inizio.  

Ti sorrido mentre affogo: Finalmente giochi di parole e ironia. Almeno così si potrebbe credere, invece se la prende coi critici e con chi spara sentenze. È molto, molto arrabbiato. L'atmosfera della canzone è gioiosa, ci sono battute da scompisciarsi, ma quel "Ti sorrido mentre affogo" è lì, la manifestazione che Caparezza non si piegherà mai a come lo vogliono gli altri (compreso me, uno dei colpiti da questa canzone).

L'ottavo, capitolo: Musica ritmata, rime fantastiche, giochi di parole da applausi. È un brano bonus e Capa si prende il lusso di dire la sua sinceramente, ma con grande ironia: "Caparezza non cambiare posizione! Chi? Quando? Cosa? Come? Me lo ricordo proferiva il mio nome, mo' me lo ritrovo a preferire il mio clone!". È il manifesto di quello che poi sarà Museica, totale atto di libertà di un cantante che si è stufato di essere quello che gli altri vogliono, ma che vuole seguire la sua strada.

E così ha fatto e continuerà a fare senza che io possa dire nulla. Anzi, apprezzo molto questo suo desiderio di spontaneità: perché sebbene il mio gusto mi porterebbe a chiedergli di fare un passo indietro, la carriera è sua; il corpo, la voce, i pensieri sono i suoi. Ed è stato un me adolescente ed egoista che lo ha biasimato per questo suo cambio di rotta. Sarebbe stucchevole trattare sempre gli stessi temi, ed è giusto che Capa compia la sua maturazione che lo consacrerà come uno degli artisti migliori della storia musicale italiana. Però "Figli d'arte" no, Capa. "Figli d'arte" proprio no.