mercoledì 19 febbraio 2014

Il piccolo eroe

C’era una volta un piccolo eroe: un piccolo eroe di quattro o cinque anni. Aveva gli occhi castani, le guance rosse rosse e i capelli biondo scuro, quasi castani. Accanto a lui c’era sua nonna, nonna Giuseppa, che a seconda del nipote assumeva un nome diverso: Peppa, Pina; per il nostro piccolo amico Peppina. Il suo caffè però non aveva goduto della stessa fortuna che era toccato alla ben più celebre omonima: forse per via del nome che rimaneva costantemente cangiante, forse perché non conteneva piume di pulcino.
Nonostante fosse stata complice del fattaccio la nonna era abbastanza tranquilla, in fondo non era successo niente. Il suo piccolo eroe era inoltre rimasto muto come chi sa cos’è l’onore. Unica traccia del reato, che altrimenti sarebbe rimasto insvelato: un’enorme bruciatura sulla coscia del piccolo, che somigliava lugubremente a una mortadella. Non ricordo ora quale fosse la coscia, forse la destra, fatto sta che per molto tempo quando giocavo a pallone l’interesse maggiore era rivolto alla mia gamba.
“Come te lo sei fatto?” mi chiedevano gli altri bambini.
“Col ferro da stiro”
Immaginavano forse me lo fossi applicato sulla gamba, a mo’ di tatuaggio, ma non era così. 

Per me era impossibile evitare di giocare foss’anche per un attimo. Se ancora oggi non riesco a vivere senza almeno 6-7 ore di cazzeggio giornaliero figuratevi cosa potessi essere a 5 anni. La maggior parte delle volte giocavo a casa della nonna, 2 stanze in tutto per 20 metri quadrati, col pallone. Facevo il calciatore e il portiere: prima tiravo la palla contro la porta della stanza da letto, poi mi mettevo spalle alla porta e me la lanciavo con le mani per tuffarmi in presa plastica. Il pomeriggio il nonno mi portava a giocare con altri bambini o giocava lui con me.
Quel giorno non avevo una palla, non so perché, e allora saltavo sul divano della nonna. Se ci fosse stata mia madre mi avrebbe sgridato, perché il suo bimbo perfetto non stava facendo l’adulto; ma mia nonna tollerava, e in fondo il divano era già abbastanza sgangherato perché non si rovinasse coi miei salti. 
Peppina stava stirando. Il principino si era stancato di saltare, e s’era acquietato: così lei aveva avuto la possibilità di posare il ferro da stiro sulla sedia che era accanto al divano.
Non so perché l’abbia fatto, di solito le assi da stiro hanno un ripiano per posare il ferro mentre ti riposi, no? Comunque, il ferro da stiro era lì, poggiato sulla sedia col fondo bollente rivolto al divano dove sedevo.Tutto tranquillo se non fosse che mi resi improvvisamente conto di non aver giocato abbastanza, mancava qualcosa per ultimare l’opera: un paio di capriole. Il ferro da stiro? Bah, era distante! (per la cronaca, era troppo distante per essere colpita anche quella terribile decorazione da camino che ho distrutto con una pallonata un paio di settimane fa, giusto perché non si gioca col pallone in casa).
Pronti, posizione… AAAAARGH!! Mentre volteggiavo sul divano la mia gamba nuda si era sfracellata proprio contro il ferro. In un baleno ero già lì che piangevo.

Mi chiedo come si vivesse quando non esistevano i cellulari e i telefoni di casa. Se uno si sentiva male, e non aveva vicini, all’ospedale ci arrivava morto? Per fortuna bastò portarmi in farmacia. 
Di fronte alla farmacista non emisi un gemito, nonostante mia nonna mi avesse toccato proprio lì per indicare quale fosse il problema. E niente, questa è la storia di un bambino che aveva un orgoglio più forte del dolore, che urla per un brufolo spremuto ma che resiste all’alcool sulle ferite. Questa è la storia di un ragazzo strano che rimarrà sempre bambino: Salvo, si chiama.