martedì 15 ottobre 2013

Il campione ed il cappone

Io adoro drogarmi. 
Mi piace tanto fissarmi con una cosa fino allo sfinimento, più di quanto sia sano immaginare, e poi, all'improvviso, stancarmene o prenderla in odio. Probabilmente scrivere è una di queste, ma mi piace particolarmente, per cui ogni tanto riesco a riprenderla e a fissarmici di nuovo; non è andata altrettanto bene alle carte di Yu-gi-oh, ma poco male. 
Adesso è il turno degli scacchi. Gli scacchi mi son piaciuti sin da piccolo, ho sempre desiderato diventare bravo, ma avevo un enorme ostacolo che mi impediva di diventare un vero drogato, un'ancora per la mia salute: mio padre. Mio padre è un mezzo campione di qualsiasi cosa, un uomo talmente intelligente da far impallidire tutti tranne mia madre, ed è particolarmente abile a scacchi. Mi ricordo una coppa messa in cima al mobile, a casa di mia nonna, 20 metri quadrati con tre sole stanze bagno compreso. Quel trofeo mi rendeva orgoglioso del mio idolo/modello/genitore, ma contemporaneamente mi rendeva un po' invidioso. Quasi tutte le cose buone che ho fatto in vita mia le ho fatte per invidia, dominato dal pensiero: che cazzo avrebbe quel tizio per essere migliore di me? 
E il piccolo Salvo nutriva già un desiderio di vendetta troppo violento per dimenticarsi dell'esistenza degli scacchi: un gioco che dimostra con certezza infallibile chi è il più intelligente! Il suo gioco!

Non mi ricordo assolutamente chi mi abbia insegnato, per quanto mi sforzi. Mi ricordo solo che perdevo con mio cugino più grande e dopo un po' ho dovuto insegnare a mio fratello per rifarmi. 
Ma mio fratello non poteva essere l'avversario giusto, troppo piccolo e impulsivo per rappresentare una valvola di sfogo, e mi rendevo conto che anche mio cugino, che mi sovrastava grazie all'età, non sarebbe durato molto come rivale. Per cui iniziai a giocare con lui, il campione: l'uomo freddo che gioca come un computer e che non ha pietà dei bimbetti ambiziosi. Non mi piace perdere: ma vedere quel dispiego di abilità tattiche in una scacchiera mi rendeva orgoglioso di riuscire a resistere per un po'. Per tenere in equilibrio l'autostima cominciai a battere i miei compagni di classe, i loro genitori e qualunque altro stupidotto fosse disposto a giocare con me senza immaginare che avrebbe perso. Dopo ognuna di queste esibizioni, gonfio come un cappone, andavo a sfidare mio padre certo che stavolta avrei potuto batterlo. Sapete tutti che fine fanno i capponi.
Per cui, ferito, abbandonai questo magnifico sport sperando che mio padre invecchiasse e si rincoglionisse presto. In totale, su decine di partite (ma avrebbero potuto anche essere centinaia) non l'ho battuto più di cinque volte, solo grazie a suoi madornali errori. 
Poi, il trasferimento a Roma e il compagno di stanza che porta una scacchiera, poverino. 
In una settimana ho battuto tutti i miei sfidanti e ho divorato ore di video riguardanti le partite più famose della storia, ho fatto esercizi sui matti e ho giocato contro il mio cellulare a livello massimo lottando come un leone. Mi sento forte, ma voglio diventarlo ancora di più, voglio scacciare senza se e senza ma il vecchio re dal suo trono e usurparlo. 

Povero illuso - dirà lui leccandosi i baffi dopo aver mangiato anche l'ultimo briciolo delle mie povere carni pennute.