venerdì 17 maggio 2013

Per dio, Gaarder!

Quando ho cominciato a leggere questo libro, 1 anno e mezzo fa, pensavo fosse un capolavoro.
Gaarder è uno che ci sa fare, con la scrittura. Mai pedante nelle descrizioni, scorrevole e leggero: è praticamente impossibile perdere il filo mentre si legge. Inoltre Jostein ha il dono di rendere indolore il tuffo nel mondo fantastico; il lettore, senza accorgersene, si ritrova a respirare la stessa aria dei personaggi, e, se non sta attento, finisce per affezionarcisi. Il punto è proprio questo: non se lo meritano.
La trama è questa: Petter è un bambino norvegese dall'incredibile fantasia, tanto che trova più divertente stare da solo a inventarsi storie che giocare con altri bambini. A scuola aiuta i compagni con i compiti, lo entusiasma fare lo stesso compito tante volte cercando di prendere sufficiente o buono a seconda delle esigenze del compagno aiutato.
Petter è così fantasioso che condivide la vita con un immaginario nano dal cappello di feltro, oltre che con la madre, e, quando questa muore, ai due rimane casa libera.
Petter ha adesso 20 anni o poco più, e si diverte a conoscere sconosciute per strada e a portarle a letto per poi non rivederle mai più. Alcune ci rimangono male, ma io penso che non potrebbero essere state più fortunate. Petter però sente che prima o poi si dovrà innamorare, e infatti, durante una passeggiata in un bosco (sto tipo sta sempre da solo, ma come diamine fa?), incontra Maria, ed è subito amore. Maria lo capisce, lui le racconta le storie che inventa, scopano più volte. Maria non è entusiasta del fatto che Petter abbia un nano col cappello di feltro come amico immaginario, si fa mettere incinta e se ne va in Svezia. Petter nel frattempo mette su una rete di relazioni con scrittori senza idee, e diventa sempre più ricco vendendo loro le sue storie.

Io ero arrivato qui.
Era un libro carino, il personaggio, nonostante tutte le stranezze, mi era simpatico, e in fondo ero pure invidioso perché anche a me sarebbe piaciuto fare quello che faceva lui. Il mio libro è poi scomparso nel nulla (vivo in una residenza studentesca, l'avrà rubato qualcuno) e io sono rimasto per un anno e mezzo col senso di vuoto perché non avevo finito quel libro che mi piaceva tanto...
Io sono uno dei responsabili della biblioteca della residenza: ogni tanto ci danno dei soldi e ci dicono di comprare i libri che vogliamo (vogliono la fattura, eh! Se no, da buon siciliano, avrei mischiato le loro banconote alle mie e ciao ciao libri). L'ho ricomprato, ero curioso di sapere come finisse, oltre all'ovvio movente di rivincita verso lo stronzo che mi aveva impedito di arrivare al termine prima di chiedermelo in prestito.
Ed ecco come continua la storia: per Petter cominciano i casini, gli scrittori "aiutati" a quanto pare parlano tra di loro e sui giornali cominciano a girare voci sul "Ragno", una persona che tiene le fila di tutta l'editoria scandinava. Inoltre in Germania sono apparsi dei romanzi-fotocopia di quelli che Petter ha venduto a suoi clienti.
Il nostro eroe non se lo fa ripetere, prende il primo aereo a caso e finisce ad Amalfi, nella stanza d'albergo in cui Ibsen finì di scrivere "Casa di bambola". Qui conosce una tizia di cui non mi ricordo il nome, Helga, 'na roba così, che fa la scrittrice e ragiona esattamente come lui, cioè strano. Finiscono a fare l'amore all'aperto sotto un temporale, e dopo aver fatto concluso l'atto, lui, siamo alle solite, le racconta una storia. Petter non finisce il racconto ché la sua bella scappa tra le lacrime urlando; quella storia non avrebbe mai dovuto raccontargliela. Così scopre che la tipa era sua figlia, frutto del rapporto con Maria, e che i romanzi-fotocopia apparsi in Germania erano tratti dalle storie che lui aveva raccontato alla compagna più di venti anni prima.
Quando l'ho letto sono saltato sulla sedia: il mio senso morale era sconvolto. Io sono ateo e relativista, ma certe cose mi fanno impressione lo stesso.
Ma lo schifo non finisce qui. Lui che fa? Spera che lei vada oltre tutto questo e sogna di scappare con lei in Sudamerica.

Bene. Ora io mi chiedo, perché?
Non mi basta sapere che Petter è pazzo. E allora tutti quelli attorno a lui come fanno a trattarlo da persona normale? Mica possono essere tutti pazzi.
Studio la vita di Gaarder, vedo che ha fatto teologia all'università e che per un periodo è stato insegnante di religione. Magari è cristiano, e proprio perché certe cose gli fanno schifo le ha scritte così, ed è stato così bravo nel suo intento da riuscire a farle schifare anche a me, a rendermi così antipatico un personaggio capace di fare tutto quello che io sogno soltanto.
Poi leggo un'intervista di Odifreddi a Gaarder, in cui l'autore norvegese dice di non essere religioso.
E allora ci capiamo: io e te Jostein, siamo due atei che nascono nel cristianesimo, per cui sentiamo ancora forti alcuni dei valori morali cristiani: non scoparti tua figlia; non far capire mai alle persone che le hai usate, ci rimarrebbero male e poi non potresti usarle di nuovo; non vendere racconti, scrivili tu.

Provo ribrezzo per questo libro come sicuramente ne provi tu, Jostein.
Per dio, non farlo mai più!  

1 commento:

  1. Bella recensione, ma non credo che avere ribrezzo per lo "scoparsi la figlia" sia una cosa cristiana. Ho sempre sostenuto che due fratelli che si conoscono da adulti e, senza sapere di essere fratelli, si innamorano, non dovrebbero mai essere condannati, però tra genitori e figli non è la stessa cosa. Tra i miliardi di persone che ci sono al mondo, non puoi andare a letto con quella che tu stessa hai fatto nascere. Sarei curiosa di sapere se gli animali lo facciano. La domanda sarebbe: lasciando una mamma gatta coi suoi figli, senza mai separarli, una volta adulti si accoppierebbero tra loro? (dando loro ovviamente delle alternative, quindi inserendo la famigliola in una colonia felina). Si potrebbero scoprire cose interessanti, e magari l'esperimento è già stato fatto, ma se pensi che accoppiarsi tra parenti stretti può generare prole malata, potremmo attribuire lo "schifo" a un istinto di sopravvivenza della specie. Tu che dici?

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