martedì 10 dicembre 2013

Noi comunisti facciamo tutti finta

Tutti siamo d'accordo sul fatto che il mondo sia profondamente ingiusto. Poi c'è chi si accontenta che rimanga così per non rischiare di perdere quello che ha (destra), e chi vorrebbe cambiarlo (sinistra) perché non ha abbastanza.
Questa è la mia visione della politica. O almeno: secondo la mia interpretazione questo era una volta il significato delle parole destra e sinistra. E io mi collocavo dalla parte dei secondi, se tra i secondi sono mai esistiti quelli che, a prescindere dalle loro sostanze, stanno dalla parte dei deboli. 
Posso mai essere di destra io? Ma chi, io? Io che sacrificherei la mia vita per la fame in Africa? Ma che scherziamo? Io che odio la globalizzazione e insieme aspiro al comunismo globale, io che odio il denaro e ci sputo sopra perché per fortuna non me ne è mai mancato? È inevitabile che io sia di sinistra. Io rinuncerei al mio pc, al mio cellulare, alla possibilità di viaggiare, se in cambio tutti quanti potessero avere un proprio pc, cellulare e viaggio, seppur rudimentali. Peccato che la sinistra non si batta perché tutti abbiano un pc, ma perché ci liberiamo dalla condizione di schiavitù in cui la tecnologia ci costringe. Davvero, se la sinistra si battesse perché tutti avessero tutto, io sarei il primo: quanto sarebbe bello aver tutti la corrente elettrica, il riscaldamento a casa, ettolitri d'acqua purissima da sprecare e possibilità d'inquinare infinita? La sinistra però si è sempre caratterizzata per il fatto che tutti devono avere tutto, ma meno di prima. Certo, se le risorse rimangono le stesse, e si deve dividere anche con chi non ha nulla, è inevitabile impoverirsi. Per aumentare le risorse sarebbe necessario un governo tecnico globale, un megacomputer che ordinasse di produrre tutto il riso in Cina e gli orologi in Svizzera, e la pizza a Napoli, ma mi pare un disegno più improbabile dell'anarchia interplanetaria; per cui lo abbandono. Ho pensato che sia il passaggio dall'età giovanile a quella adulta che trasforma le persone di sinistra in persone di destra: pensate a Veltroni, D'alema, ecc... pensate al partito comunista che è diventato PD, pensate a Giorgio Napolitano, che io davvero non ci credo che nella sua vita abbia mai potuto definirsi di sinistra, nemmanco per un giorno. Ma poi mi viene in mente che i comunisti più estremi sono sempre stati i più grossi approfittatori, a partire da Marx che campava sulle spalle del povero Engels. E mi viene da dire che il comunismo non esiste: non nel mondo occidentale, non dove c'è ricchezza. La sinistra extraparlamentare è tale non perché non sia capace di attrarre un pubblico che potenzialmente esiste, ma perché i suoi contenuti si sono svuotati: quasi tutti riusciamo a mangiare senza dover scendere in piazza, senza rischiare le cannonate di Bava-Beccaris. Poi penso a Che Guevara, a Thomas Sankara, e a tutti quelli che, se non fossero stati fermati, avrebbero fatto entrare il progresso dalla porta principale in questo mondo malato, e mi viene da urlare: capitale merda!
Ma mi rendo conto di far finta, e ne soffro terribilmente.

martedì 15 ottobre 2013

Il campione ed il cappone

Io adoro drogarmi. 
Mi piace tanto fissarmi con una cosa fino allo sfinimento, più di quanto sia sano immaginare, e poi, all'improvviso, stancarmene o prenderla in odio. Probabilmente scrivere è una di queste, ma mi piace particolarmente, per cui ogni tanto riesco a riprenderla e a fissarmici di nuovo; non è andata altrettanto bene alle carte di Yu-gi-oh, ma poco male. 
Adesso è il turno degli scacchi. Gli scacchi mi son piaciuti sin da piccolo, ho sempre desiderato diventare bravo, ma avevo un enorme ostacolo che mi impediva di diventare un vero drogato, un'ancora per la mia salute: mio padre. Mio padre è un mezzo campione di qualsiasi cosa, un uomo talmente intelligente da far impallidire tutti tranne mia madre, ed è particolarmente abile a scacchi. Mi ricordo una coppa messa in cima al mobile, a casa di mia nonna, 20 metri quadrati con tre sole stanze bagno compreso. Quel trofeo mi rendeva orgoglioso del mio idolo/modello/genitore, ma contemporaneamente mi rendeva un po' invidioso. Quasi tutte le cose buone che ho fatto in vita mia le ho fatte per invidia, dominato dal pensiero: che cazzo avrebbe quel tizio per essere migliore di me? 
E il piccolo Salvo nutriva già un desiderio di vendetta troppo violento per dimenticarsi dell'esistenza degli scacchi: un gioco che dimostra con certezza infallibile chi è il più intelligente! Il suo gioco!

Non mi ricordo assolutamente chi mi abbia insegnato, per quanto mi sforzi. Mi ricordo solo che perdevo con mio cugino più grande e dopo un po' ho dovuto insegnare a mio fratello per rifarmi. 
Ma mio fratello non poteva essere l'avversario giusto, troppo piccolo e impulsivo per rappresentare una valvola di sfogo, e mi rendevo conto che anche mio cugino, che mi sovrastava grazie all'età, non sarebbe durato molto come rivale. Per cui iniziai a giocare con lui, il campione: l'uomo freddo che gioca come un computer e che non ha pietà dei bimbetti ambiziosi. Non mi piace perdere: ma vedere quel dispiego di abilità tattiche in una scacchiera mi rendeva orgoglioso di riuscire a resistere per un po'. Per tenere in equilibrio l'autostima cominciai a battere i miei compagni di classe, i loro genitori e qualunque altro stupidotto fosse disposto a giocare con me senza immaginare che avrebbe perso. Dopo ognuna di queste esibizioni, gonfio come un cappone, andavo a sfidare mio padre certo che stavolta avrei potuto batterlo. Sapete tutti che fine fanno i capponi.
Per cui, ferito, abbandonai questo magnifico sport sperando che mio padre invecchiasse e si rincoglionisse presto. In totale, su decine di partite (ma avrebbero potuto anche essere centinaia) non l'ho battuto più di cinque volte, solo grazie a suoi madornali errori. 
Poi, il trasferimento a Roma e il compagno di stanza che porta una scacchiera, poverino. 
In una settimana ho battuto tutti i miei sfidanti e ho divorato ore di video riguardanti le partite più famose della storia, ho fatto esercizi sui matti e ho giocato contro il mio cellulare a livello massimo lottando come un leone. Mi sento forte, ma voglio diventarlo ancora di più, voglio scacciare senza se e senza ma il vecchio re dal suo trono e usurparlo. 

Povero illuso - dirà lui leccandosi i baffi dopo aver mangiato anche l'ultimo briciolo delle mie povere carni pennute.  

giovedì 12 settembre 2013

Ecco perché Fabri Fibra è un mito

Da quando si è dato al commerciale io lo stimo veramente tanto. Come rapper non era un granché, e forse lo ha capito, ma come imprenditore della sua immagine io lo trovo fenomenale. Fabri Fibra è senza dubbio un venduto: come tanti altri, a un certo punto ha deciso di fare musica facile e di massa per guadagnare soldi e visibilità. Ma, se da artista "impegnato" non  valeva un'unghia di gente che ha veramente qualcosa da dire, da showman ha pochi rivali. Le sue canzoni sono orecchiabili e travolgenti, e sfrutta la sua bella presenza nella maniera più opportuna. Ma la cosa che più di tutte mi rende entusiasta di questo soggetto, è che è consapevole del suo fare schifo e lo urla al mondo. Ne va fiero, e prende in giro tutti quelli che lo ascoltano sul serio, che non capiscono che la sua arte è di plastica, i suoi contenuti roba di quarta mano: non c'è una sola canzone che non dimostri questa sua consapevolezza.  Non è uno di quei rapper fighetti che se la prendono per ogni insulto e fanno la voce grossa, atteggiandosi da gangster; Fabrizio è uno che ride di se stesso e se la ride delle sue vittime: quelli che lo ascoltano e quelli che lo insultano giudicandolo per quello che non è.  Fabri Fibra merita i soldi che guadagna, perché ha coraggio, è divertente, ed è bravo in  quello che fa.
O almeno, io la penso così.

sabato 17 agosto 2013

Certa gente mi fa passare la voglia di scrivere

A casa mia non c'è un computer dicasi uno in cui io possa mettermi a scrivere quando ne abbia voglia. 
Il mio è morto a seguito di un attacco di shampo e da quel momento sono costretto a elemosinarne uno da compagni di stanza o, quando sono a casa, dagli altri membri della famiglia. 
Ma ciò significa non avercelo quando se ne ha bisogno, soprattutto perché anche quello vecchio bacucco con la tastiera schifosa è inutilizzabile causa rumori vari in casa, gente che rompe i coglioni o che va a dormire sempre troppo presto o troppo tardi.
A casa mia scrivere non è considerata né una cosa intelligente né una cosa difficile che richiede un minimo di concentrazione. A casa mia non ci sono le porte, solo archi. Una casa enorme, in cui uno potrebbe benissimo trovare una stanza in cui rinchiudersi se non fosse che tutti devono condividere tutto lo spazio. Se uno parla sottovoce in cucina si sente trenta metri più in là.
Fanno in tv la pubblicità del talent show "Masterpiece", un programma Rai che andrà in onda a Settembre e che vedrà come protagonisti degli scrittori emergenti. Chissà quante volte me l'hanno ripetuto. Chissà quante volte mi avranno chiesto se davvero non ho niente di pronto, che scrivo da anni e non ho una sola pagina da inviargli, ma com'è possibile. Ma poi che ci vuole? Scade il 23 Agosto, ce la puoi fare, provaci è un'occasione! Però per l'esame devi studiare. Lo devi fare al primo appello per forza perché dobbiamo andare in vacanza insieme che sono dieci anni che non ne facciamo una. Giusto quest'anno la devi fare? Che poi che ho rifiutato 24 per farti contento non te lo ricordi no? No, ogni mio successo è scontato, niente di speciale, viene dimenticato in men che non si dica. Nulla è inarrivabile per il sottoscritto, le aspettative son sempre talmente alte che un risultato meno che ottimo è un fallimento. E ormai ci credo pure io!
Io vorrei tanto partecipare a 'sto cazzo di talent, ma non perché sia in grado di scrivere, quello no, solo perché sono un esibizionista, di quelli veri. E perché ho un bel faccino e un ragazzo di 20 anni dal bel faccino che scrive è materiale infiammabile, mi illudo sia così. Se la Rai leggesse questo blog mi fornirebbe un computer e mi darebbe tre mesi di tempo per scrivere un romanzo. In tre mesi ce la potrei fare. Invece mi cerca ogni tanto solo qualche casa editrice sfigata in cerca di polli da spennare: sicuramente pubblicano giovani scrittori a pagamento, e quando chiedo loro della politica aziendale scompaiono. Buon per loro. 
Avevo un sacco di idee fantastiche per romanzi e racconti ma le ho perse. Prima ho distrutto il cellulare, poi il pc. Le bozze le tenevo lì, la memoria non mi restituirà quello che avevo ideato; meno ancora quello che avevo scritto. E son due anni che soffro di blocco dello scrittore, perché le mie aspettative su me stesso son talmente alte che mi impedisco di cimentarmi nello sviluppo di idee brillanti che andrei a bruciare e contemporaneamente mi impedisce di trovarne di nuove, cosa che prima mi veniva semplice.  
Sarà che sono troppo felice e si scrive nei periodi di depressione, non lo so. Avevo bisogno di sfogarmi e questo post non rappresenta altro, adesso mi sento tranquillo.
Adesso aspetto che tutti vadano a dormire, e nel silenzio, comincio a buttar giù qualche riga.
E domani sveglia presto per studiare. 

venerdì 21 giugno 2013

Tutankhamon

-Amore?-

-...-

-Amore?-

-...-

-Amore perché non rispondi?-

-Perché sono morto-

-E come faccio io senza di te?-

-Mi seppellisci-

-No-

-Come no?-

-No. Ti imbalsamo e ti infilo nel mio letto-

-Che cosa triste-

-E cosa dovrei fare?-

-Dovresti seppellirmi-

-Ma non ti vedo più!-

-E se mi imbalsami?-

-Ti vedo tutti i giorni-

-Porcellina...-

-Cosa?-

-Niente-

sabato 8 giugno 2013

La legge della compensazione universale

Sono bravo in tutto ma non eccello in niente. Se la mia vita potesse avere un titolo sarebbe questo. 
Anche "'sti cazzi, sopravviverò anche senza" potrebbe essere una buona sintesi, ma dà l'idea che io sia uno stoico o una persona forte, o un menefreghista: e non sono nentrambi dei tre. 
Un ragazzo di 20 anni, bravino a pallone ma ce ne sono a palate di migliori.
Me la cavo all'università, ma anni luce dai futuri cattedratici. 
Carino, ma i modelli sono un'altra storia. 
Intelligente? A volte.
Impareggiabile nei difetti, però: sfido chiunque su procrastinazione e self-analysis (belle parole annebbiano brutti concetti?).
Scrivo meglio di Moccia ma peggio di Dostoevskij. 
A metà tra un cinese e Rocco Siffredi, come statura intendo. 
Sarei un quadro della mediocrità se, per questa storia del politically correct, non si chiamassero mediocri le persone veramente al di sotto della media. Per cui potrei definirmi sufficiente, bastevole, adeguato, mai inappropriato. 
In medio stat virtus: dicevano i latini, popolo di paraculi. In effetti la maggior parte di noi si trova in questo stato: se sei molto simpatico, sei grasso. Se sei simpatico e basta, sei magro ma sei ignorante. Se sei simpatico, magro e colto, sei brutto. Io non ho nessuno di questi difetti, quindi sono basso. Non c'è modo di sfuggire alla legge della compensazione universale. Oscure divinità da un lato danno, dall'altro tolgono: come se ci ponessero su una bilancia che ha come contrappeso l'idea platonica di uomo. 
Tette grandi, brutta in viso.
Tette grandi, bella in viso? Cretina. 
Tette grandi bella in viso e intelligente? È infelice per qualche motivo, foss'anche che è circondata da persone non alla sua altezza, o che si fermano alle sue prime due caratteristiche. 
Nessuno può avere tutto, perché avere tutto è la peggior fonte di infelicità che possa esistere. 
Più che la forza di gravità, è la legge di compensazione universale che ci tiene attaccati a questa terra: è questa che evita che alcuni svolazzino tra soffici nuvole e altri invece si nascondano negli inferi per la vergogna. Se non ci pesassero sulla stessa bilancia magari qualcuno di noi avrebbe due cervelli e qualcuno nessuno; anche se purtroppo, si sa, la mancanza di un Dio giusto porta a avere ancora una bilancia molto semplificata, che non misura la composizione della materia ma soltanto quanto pesa. Per cui può succedere che le oscure divinità, per voglia di fare uno scherzo, mettano un grandissimo cuore lì dove tolgono tutto, o quasi: mamme forti che accudiscono figli con problemi, e figli con problemi che hanno una gioia di vivere che non sfiora nemmeno alla lontana uno di noi. Sono scherzi di pessimo gusto, ma non riusciti: perché nulla può sconfiggere l'uomo, neanche un dio. 

giovedì 30 maggio 2013

Andare oltre la superficie

Solo per chi è morto e per chi non si vuole rovinare la messa in piega è impossibile mettere la testa sotto il pelo dell'acqua.

martedì 28 maggio 2013

Discoteca

-Che bella serata!-

-Già-

-Guarda quanta figa c'è in giro-

-Eh... poi queste te la danno con niente: basta avvicinarsi, prenderle per i fianchi...-

-Mah, secondo me sono più leggende metropolitane che altro-

-Vuoi vedere? Toh!-

-Cavoli! Ma come hai fatto? Adesso ci provo io!-

-Vai-

-Ciaooo! Ammazza quanto sei bona! Scopiamo?

-Cosa?!-

-Dicevo... sei bellissima-

-Grazie...-

-Ti va di farlo con me?-

-No!-

-...-

-...-

-Perché il mondo è così complicato?-

-I fianchi, avevo detto...-

giovedì 23 maggio 2013

Colpa vostra, signori della corte.

-Allora... ti racconto che è successo-

-Perfetto, è meglio-

-Praticamente, in quel posto... aiutami: come si chiama quel posto dove due tizi si minacciano di morte e poi se le danno?-

-Ring?-

-No quell'altro-

-Tribunale?-

-Tribunale, bravo! Al tribunale è successo che è entrato un piccione dentro l'aula e ha cominciato a scagazzare sul giudice, sugli avvocati, sui codici e sulle scartoffie-

-Ma davvero?-

-Sì! Non ha colpito altro!-

-Dev'essere stato la reincarnazione di uno studente di giurisprudenza-

-Pure io ho pensato così-

-Ma poi lo hanno preso? Sono riusciti a cacciarlo fuori?-

-Fuori? Scherzi? Gli stanno facendo il processo-

mercoledì 22 maggio 2013

Intervista al giovane rivoluzionario, già scrittore

-Salve a tutti. Siamo qui per celebrare la trasformazione del nostro scrittore (non più) adolescente in un provetto Che Guevara-
-Rivoluzionario a tempo perso, prego-

-Cosa significa questa espressione?-
-Che non credo nella rivoluzione, né nei mezzi di cambiamento interni al potere. Non credo la situazione del mondo possa migliorare in tempi brevi; lotto perché, semplicemente, ce l'ho nel carattere.

-Madonna mia, che tristezza! Mi vuole far scappare tutti i lettori dal blog?-
-Che scappino, verranno giustiziati come antirivoluzionari quando prenderò il potere-

-Deduco che da grande vuole fare il dittatore...-
-Non esattamente, penserei più a un lavoro come scioglitore di nodi dei capelli-

-Scioglitore di nodi dei capelli?-
-Sì, ma devono essere appena lavati, sono terribilmente schizzinoso-

-Un rivoluzionario schizzinoso, andiamo bene...-
-Anche snob, se per questo. Se fossi simpatico non farei il rivoluzionario, farei il politico-

-Ma il suo sogno di fare lo scrittore?-
-Perché, è incompatibile con lo sciogliere i nodi dei capelli? Dovrò pure guadagnarmi il pane in qualche modo, no?-

-Crede che il suo blog risentirà di questo cambio di indirizzo?-
-Forse, nel breve periodo. Ma credo che a lungo termine questo cambio di rotta porterà giovamento-

-Arrivederci-
-Arrivederci a lei, e grazie-


Oppresso dai vincoli sociali

Io odio le parti inutili della comunicazione: sarei capace di entrare in farmacia e dire "mal di gola. Soluzione?", se non fosse un comportamento da squilibrato.

domenica 19 maggio 2013

Dilemmi esistenziali

In quanti bisogna essere per non sentirsi soli?

venerdì 17 maggio 2013

Per dio, Gaarder!

Quando ho cominciato a leggere questo libro, 1 anno e mezzo fa, pensavo fosse un capolavoro.
Gaarder è uno che ci sa fare, con la scrittura. Mai pedante nelle descrizioni, scorrevole e leggero: è praticamente impossibile perdere il filo mentre si legge. Inoltre Jostein ha il dono di rendere indolore il tuffo nel mondo fantastico; il lettore, senza accorgersene, si ritrova a respirare la stessa aria dei personaggi, e, se non sta attento, finisce per affezionarcisi. Il punto è proprio questo: non se lo meritano.
La trama è questa: Petter è un bambino norvegese dall'incredibile fantasia, tanto che trova più divertente stare da solo a inventarsi storie che giocare con altri bambini. A scuola aiuta i compagni con i compiti, lo entusiasma fare lo stesso compito tante volte cercando di prendere sufficiente o buono a seconda delle esigenze del compagno aiutato.
Petter è così fantasioso che condivide la vita con un immaginario nano dal cappello di feltro, oltre che con la madre, e, quando questa muore, ai due rimane casa libera.
Petter ha adesso 20 anni o poco più, e si diverte a conoscere sconosciute per strada e a portarle a letto per poi non rivederle mai più. Alcune ci rimangono male, ma io penso che non potrebbero essere state più fortunate. Petter però sente che prima o poi si dovrà innamorare, e infatti, durante una passeggiata in un bosco (sto tipo sta sempre da solo, ma come diamine fa?), incontra Maria, ed è subito amore. Maria lo capisce, lui le racconta le storie che inventa, scopano più volte. Maria non è entusiasta del fatto che Petter abbia un nano col cappello di feltro come amico immaginario, si fa mettere incinta e se ne va in Svezia. Petter nel frattempo mette su una rete di relazioni con scrittori senza idee, e diventa sempre più ricco vendendo loro le sue storie.

Io ero arrivato qui.
Era un libro carino, il personaggio, nonostante tutte le stranezze, mi era simpatico, e in fondo ero pure invidioso perché anche a me sarebbe piaciuto fare quello che faceva lui. Il mio libro è poi scomparso nel nulla (vivo in una residenza studentesca, l'avrà rubato qualcuno) e io sono rimasto per un anno e mezzo col senso di vuoto perché non avevo finito quel libro che mi piaceva tanto...
Io sono uno dei responsabili della biblioteca della residenza: ogni tanto ci danno dei soldi e ci dicono di comprare i libri che vogliamo (vogliono la fattura, eh! Se no, da buon siciliano, avrei mischiato le loro banconote alle mie e ciao ciao libri). L'ho ricomprato, ero curioso di sapere come finisse, oltre all'ovvio movente di rivincita verso lo stronzo che mi aveva impedito di arrivare al termine prima di chiedermelo in prestito.
Ed ecco come continua la storia: per Petter cominciano i casini, gli scrittori "aiutati" a quanto pare parlano tra di loro e sui giornali cominciano a girare voci sul "Ragno", una persona che tiene le fila di tutta l'editoria scandinava. Inoltre in Germania sono apparsi dei romanzi-fotocopia di quelli che Petter ha venduto a suoi clienti.
Il nostro eroe non se lo fa ripetere, prende il primo aereo a caso e finisce ad Amalfi, nella stanza d'albergo in cui Ibsen finì di scrivere "Casa di bambola". Qui conosce una tizia di cui non mi ricordo il nome, Helga, 'na roba così, che fa la scrittrice e ragiona esattamente come lui, cioè strano. Finiscono a fare l'amore all'aperto sotto un temporale, e dopo aver fatto concluso l'atto, lui, siamo alle solite, le racconta una storia. Petter non finisce il racconto ché la sua bella scappa tra le lacrime urlando; quella storia non avrebbe mai dovuto raccontargliela. Così scopre che la tipa era sua figlia, frutto del rapporto con Maria, e che i romanzi-fotocopia apparsi in Germania erano tratti dalle storie che lui aveva raccontato alla compagna più di venti anni prima.
Quando l'ho letto sono saltato sulla sedia: il mio senso morale era sconvolto. Io sono ateo e relativista, ma certe cose mi fanno impressione lo stesso.
Ma lo schifo non finisce qui. Lui che fa? Spera che lei vada oltre tutto questo e sogna di scappare con lei in Sudamerica.

Bene. Ora io mi chiedo, perché?
Non mi basta sapere che Petter è pazzo. E allora tutti quelli attorno a lui come fanno a trattarlo da persona normale? Mica possono essere tutti pazzi.
Studio la vita di Gaarder, vedo che ha fatto teologia all'università e che per un periodo è stato insegnante di religione. Magari è cristiano, e proprio perché certe cose gli fanno schifo le ha scritte così, ed è stato così bravo nel suo intento da riuscire a farle schifare anche a me, a rendermi così antipatico un personaggio capace di fare tutto quello che io sogno soltanto.
Poi leggo un'intervista di Odifreddi a Gaarder, in cui l'autore norvegese dice di non essere religioso.
E allora ci capiamo: io e te Jostein, siamo due atei che nascono nel cristianesimo, per cui sentiamo ancora forti alcuni dei valori morali cristiani: non scoparti tua figlia; non far capire mai alle persone che le hai usate, ci rimarrebbero male e poi non potresti usarle di nuovo; non vendere racconti, scrivili tu.

Provo ribrezzo per questo libro come sicuramente ne provi tu, Jostein.
Per dio, non farlo mai più!  

domenica 5 maggio 2013

La nave delle regole - Premessa


Io odio le navi. Le ho sempre odiate e sempre le odierò.
Non ho paura che affondino, semplicemente le trovo noiose. Sempre lì in mezzo al mare a non fare niente, la stessa gente, la ricerca di avventure che non ci sono. L’equipaggio poi è quasi sempre composto interamente da uomini. Non fa per me.
Questa storia si è svolta su una nave, ma io non sono pratico di gomene e di poppe e di prue... sono solo scandalizzato per quanto è successo e voglio raccontarvelo.
Potrei chiamare un esperto e farmi spiegare come si chiamano tutti i vari pezzi dell’imbarcazione e tutti i termini marinareschi, e poi potrei chiamarne un altro per farmi spiegare come funziona il diritto delle acque internazionali e come mai quel che è successo è potuto succedere, ma ciò, che pur darebbe un tratto caratteristico alla storia, io non voglio farlo. Perché come non mi piace leggere le storie di navi e di acque, così non mi piacerebbe scriverla, una storia così.
Avrò il difetto di essere un uomo con i piedi ben piantati per terra, ma se quelli che van per mare si rendono responsabili di azioni come quelle che sto per raccontarvi, allora lo ritengo un pregio. Per cui, state bene attenti: quando, e se mai, ci sarà fatto un film con questa storia, beh, quello sarà sicuramente ambientato su una nave. Ma fino ad allora fatemi la cortesia di tradurre “pavimento” con “pavimento della nave” e “muri” con “muri della nave” e “detenuti” con “detenuti della nave”.
Per quanto riguarda i retroscena di questa vicenda, beh, mi vengono da una persona molto bene informata sui fatti, che non può direttamente esibirsi, per ovvi motivi di rischio della propria incolumità. Ha affidato a me il suo sdegno e io sono la voce che deve narrarvelo. Ovviamente se avessimo consegnato questa storia a un giornale tutto sarebbe stato insabbiato e anch’io ci avrei rimesso le penne, se l’avessimo data a qualcuno che fa controinformazione nessuno ci avrebbe creduto; per cui, se volete conoscerla, dovrete accontentarvi del mio modo di narrare, per quanto pessimo possa essere.
Altra precisazione: se siete persone sensibili, prendete questa storia come un romanzo, non fate caso a questa premessa e fate finta che anche questa faccia parte del gioco letterario, ma siate coscienti che state semplicemente cercando di autoilludervi.
Dopo questa doverosa prefazione, possiamo passare alla storia.

giovedì 18 aprile 2013

Se potessimo leggere nel pensiero

A ciascuno di noi piacerebbe saper leggere il pensiero.
Chissà però quanto dev'essere difficile seguire la linea del proprio mentre si legge quello altrui. 
E la parola poi che fine farebbe? Tutt'a un tratto si perderebbero miliardi e miliardi di voci. Quelle baritonali, le stridule, le querule, ma anche le calde e accoglienti e le noiose su cui si fa volentieri un pisolino. 
O forse no. Il pensiero è voce, suono intangibile che rimbomba tra le pareti del nostro cranio. 
Ognuno di noi pensa con una voce diversa, e le voci si ritroverebbero dentro le teste, anche se scomparirebbero le zeppole e le r mosce, e le voci roche e quelle in falsetto.
Leggere il pensiero sarebbe un grandissimo risparmio di tempo. 
La gente non si sottometterebbe più ai vincoli sociali. I veri amici si troverebbero prima, il vero amore mai. 
Le bugie scomparirebbero da questo pianeta ma nessuno sarebbe più libero di pensare.
Chissà come dev'essere controllare i propri pensieri... sarà possibile? 
Perché se no ci sarà qualcuno che vorrà mettere in carcere chi pensa di compiere un omicidio, anche se magari non avrà mai il coraggio di farlo e comunque chi mai farebbe un omicidio con la certezza di venire scoperto?
E i sogni? si possono leggere i sogni come se fossero pensieri? Bisognerà imporre un orario obbligatorio per alzarsi e andare a letto se almeno i sogni si volessero lasciare liberi.
E le lingue? Come farebbe un maori a leggere i pensieri di un cinese?
Io credo però che tutti questi problemi non si pongano: un mondo in cui tutti si concentrano sul sentire i pensieri altrui è un mondo in cui nessuno pensa. 

giovedì 28 marzo 2013

Sostituisci un voglio ad ogni devo

Mi sono stancato di tutti i "bisogna" e degli "è necessario".
Non è vero quello che vogliono farci credere, cioè che chi ti consiglia, sa a che cosa ti manda incontro. Chi ti consiglia vuole solo venderti il suo libro, manipolarti, o farsi un'esperienza sulla tua pelle.
A questo mondo non esiste niente di assoluto, anche la verità più grande può essere smentita da un momento all'altro, ed è questo uno dei motivi per cui si continua a fare filosofia: perché si spera che prima o poi arrivi qualcuno che sveli tutto.
Ma quest'inganno non ha più effetto sull'uomo pragmatico del duemila: questi, infatti, non s'interessa più di filosofia ontologica, preferisce uscire il sabato sera. Purtroppo però, per altro verso, è in balia di principi eterni e indefettibili che limitano la sua autonomia molto più della ricerca di un Meccanismo Nascosto. L'uomo del Duemila è l'uomo del "dove sono finiti i veri uomini?" e del "dove sono finite le vere donne?", un uomo insicuro, disimpegnato, superficiale, tendenzialmente pessimista e sfiduciato; egoista.  Dice solo cose come: bisogna provarla una cosa, prima di giudicare; devi andare a letto con tante ragazze per essere figo; devi metterti in mostra; è necessario scendere a compromessi; bisogna assicurarsi un avvenire certo; devi studiare solo quello che ti è utile; è necessario evitare gli estremismi.
E io rispondo: bisogna? manco per il cazzo. Non vi rendete conto che nessuno di noi si crea i propri parametri per giudicare il mondo? Tutti compiliamo il modulo pre-stampato: età, titolo di studio, reddito, idee politiche, qualche informazione sulla vita privata. Quando ci presentiamo l'un l'altro sembra di conoscere un curriculum.
Ma poi a cosa serve un curriculum? Se io dovessi assumere una persona, il 95% della mia decisione dipenderebbe da parametri che non si avvicinano neanche lontanamente a quelli che la società ci impone di considerare. Io penso che la ragazza con cui stare non si scelga solo dall'aspetto fisico e il candidato alle elezioni non solo dalla possibilità che abbia di andare al governo o di entrare in parlamento... siamo ossessionati dall'idea dell'utile, del concreto: ma è proprio qui che sbagliamo i nostri calcoli. Non siamo capaci di progettare, di sognare, di cambiare un mondo che, diciamoci la verità, fa schifo a quasi tutti. Guardare alle cose così come stanno è un'abilità che non richiede nessuna capacità particolare ed è in possesso di tutti noi, dal primo all'ultimo. Guardare alle cose come potrebbero essere, come dovrebbero essere, come sono per chi le vede con occhio non influenzato dalla logica del curriculum, è invece una dote che va premiata e incentivata.

Bisogna, questa volta sì, ribellarsi agli stereotipi; guardare in faccia il prossimo e riconoscerci un fratello, compiere un'azione perché è giusta e non perché è conveniente, bisogna fottersene di quello che dicono gli altri. Zittisci tua madre, il tuo prete, il tuo professore, togli l'audio a tutte quelle persone che vogliono sopravvivere in questo mondo, non viverlo.Vivere significa scegliere, sperimentare, combattere. Non togliersi le briglie significa il contrario e no, non bisogna farlo.

lunedì 4 febbraio 2013

Crocevia

Se vuoi tentare un'impresa che qualcuno ha già compiuto, segui la strada già battuta.
Se vuoi fare qualcosa  di assolutamente nuovo, fuggila come la morte.

lunedì 7 gennaio 2013

La generalizzazione è un pessimo metodo per conoscere il mondo

Dire la verità è molto difficile; e spesso non porta a niente di buono, né per chi la dice, né per chi la ascolta.
Dire le bugie è parecchio facile, porta benefici per chi le bugie le dice e per chi le ascolta.
Noi esseri umani sappiamo poco, per definizione. 
Alcuni esseri umani, quelli a cui piace molto imparare, sanno tanto, ma comunque non abbastanza.
Nessuno di noi sa se Dio esista o meno, e questo per la semplice ragione che se Dio esistesse potrebbe fare di tutto, anche farci credere che lui non esista mentre invece tira i fili delle nostre vite come se fossimo marionette. Oppure creare un universo spiegabile da cima a fondo in maniera scientifica,  in cui non esiste necessità di postulare la sua idea, solo per divertirsi a guardarci. 

Per cui credere o non credere diventa una scelta perfettamente casuale. 
O quasi: perché io sono qui a dimostrarvi che si crede o meno non per una scelta semplicemente emotiva, istintiva, o legata all'educazione imposta (o meglio non solo), ma soprattutto in relazione a quale delle due frasi di inizio post sentiamo più nostra. 
Una persona che dice sempre quello che pensa ha pochi pregi e un sacco di difetti.

Pregi: Ci mette la faccia, è una persona fidata, è una persona coerente.

Difetti: è monotono (del resto dice sempre quelle solite quattro cose che pensa) , orgoglioso, non sa scendere a compromessi, può essere offensivo ed è difficile averci un rapporto emotivo.  

Una persona che addolcisce la realtà con un po' di corbellerie e lusinghe qua e là invece

Pregi: è variopinto, divertente, allevia le sensazioni negative con pratiche bugie. È uno che ha capito come stare a questo mondo. 

Difetti: dopo un po' diventa palloso far finta di credergli,  se il suo unico scopo è dire bugie tanto vale inventarsene di più piacevoli da soli. 

Credere, in Dio o nelle cose che ci dicono gli altri, è tipico delle persone del secondo tipo, quelle a cui non piace pensare alle cose brutte, a cui non piace stare sole e sentire ogni tanto l'ebbrezza del vuoto. Una persona che crede in Dio ha una continua speranza che le cose possano improvvisamente cambiare in meglio, e se le cose vanno male può esonerarsi dalle proprie responsabilità. 
Una persona che invece pensa che Dio non esista, a cui non piacciono i complimenti gratuiti e dover sempre dire "tesoooro, stai benissimo!"  combatte all'ultimo sangue col mondo. Spesso le prende di brutto, ma una volta ogni 100 milioni vince, e lì ha una soddisfazione incredibile. Non gliene frega niente se la sua vita è arida, gretta o non ha senso, l'importante è che lui se ne renda conto e la affronti.

Secondo me credere o non credere è un dettaglio che si inserisce perfettamente nella personalità di un soggetto, come avere una macchina blu o grigia. Tu puoi intuire il colore e il modello della macchina di quella persona guardando tutti gli altri aspetti della sua vita. 












Solo che le bugie piacciono a tutti.