venerdì 24 maggio 2013

Imparare a trattare con la gente

Può darsi che il non rispondere ai commenti dei lettori mi abbia portato a non averne più?

N.B.: li leggo tutti, è solo che non so come rispondere.

Questa non è una frase a sfondo omosessuale

Gli amici sono dei fidanzati con cui non desideri fare sesso.

giovedì 23 maggio 2013

Nobraino - I signori della corte


Colpa vostra, signori della corte.

-Allora... ti racconto che è successo-

-Perfetto, è meglio-

-Praticamente, in quel posto... aiutami: come si chiama quel posto dove due tizi si minacciano di morte e poi se le danno?-

-Ring?-

-No quell'altro-

-Tribunale?-

-Tribunale, bravo! Al tribunale è successo che è entrato un piccione dentro l'aula e ha cominciato a scagazzare sul giudice, sugli avvocati, sui codici e sulle scartoffie-

-Ma davvero?-

-Sì! Non ha colpito altro!-

-Dev'essere stato la reincarnazione di uno studente di giurisprudenza-

-Pure io ho pensato così-

-Ma poi lo hanno preso? Sono riusciti a cacciarlo fuori?-

-Fuori? Scherzi? Gli stanno facendo il processo-

mercoledì 22 maggio 2013

Intervista al giovane rivoluzionario, già scrittore

-Salve a tutti. Siamo qui per celebrare la trasformazione del nostro scrittore (non più) adolescente in un provetto Che Guevara-
-Rivoluzionario a tempo perso, prego-

-Cosa significa questa espressione?-
-Che non credo nella rivoluzione, né nei mezzi di cambiamento interni al potere. Non credo la situazione del mondo possa migliorare in tempi brevi; lotto perché, semplicemente, ce l'ho nel carattere.

-Madonna mia, che tristezza! Mi vuole far scappare tutti i lettori dal blog?-
-Che scappino, verranno giustiziati come antirivoluzionari quando prenderò il potere-

-Deduco che da grande vuole fare il dittatore...-
-Non esattamente, penserei più a un lavoro come scioglitore di nodi dei capelli-

-Scioglitore di nodi dei capelli?-
-Sì, ma devono essere appena lavati, sono terribilmente schizzinoso-

-Un rivoluzionario schizzinoso, andiamo bene...-
-Anche snob, se per questo. Se fossi simpatico non farei il rivoluzionario, farei il politico-

-Ma il suo sogno di fare lo scrittore?-
-Perché, è incompatibile con lo sciogliere i nodi dei capelli? Dovrò pure guadagnarmi il pane in qualche modo, no?-

-Crede che il suo blog risentirà di questo cambio di indirizzo?-
-Forse, nel breve periodo. Ma credo che a lungo termine questo cambio di rotta porterà giovamento-

-Arrivederci-
-Arrivederci a lei, e grazie-


Oppresso dai vincoli sociali

Io odio le parti inutili della comunicazione: sarei capace di entrare in farmacia e dire "mal di gola. Soluzione?", se non fosse un comportamento da squilibrato.

Idee per un romanzo fantascientifico

Anno 2038: la sinistra trova una cura contro la morte. Forte di questa scoperta sensazionale, si presenta alle elezioni successive, che però, ancora una volta, vedono trionfare Berlusconi. 
Questo il discorso d'insediamento del neo-premier: 
-Ringrazio tutti, soprattutto i comunisti di merda, grazie ai quali (scandendo ogni parola con enfasi) governerò per i prossimi millenni!

domenica 19 maggio 2013

Dilemmi esistenziali

In quanti bisogna essere per non sentirsi soli?

sabato 18 maggio 2013

Mi vanto di essere un perdente

Certe persone, guardando indietro, si sentono insoddisfatte della loro vita perché non sono riuscite a fare quello che desideravano. Mia madre è un tipico esempio: ha 50 anni, è disoccupata, e ha un figlio idealista e uno che non si sa neanche come sia. Cito mia madre come potrei citare altre milioni di persone, solo che queste ultime non mi hanno fatto niente di male.
Mia madre quando si guarda indietro vede fiori di opportunità che si è lasciata sfuggire... come quella volta che poteva iscriversi al partito comunista, che tanto ci si iscrivevano anche gli ex fascisti, al solo scopo di ottenere un lavoro nella pubblica amministrazione. Come quando ha smesso di andare all'università perché doveva aiutare la famiglia a lavorare più di quanto non fosse necessario, che la ricchezza accumulata nel settore agricolo poi è sfiorita e si è rimasti ignoranti. Si è anche aperta un negozio che vent'anni dopo ha dovuto chiudere perché con la crisi che c'era non si andava avanti.
Mia madre è una persona molto sfortunata: a suo marito non è mai interessato fare carriera, lei ha fatto di tutto per convincerlo, e solo ultimamente ha ottenuto qualche risultato. Non è perché siamo poveri, anzi, non ci manca nulla, ma essere importante per lei è sempre stato un sogno; non so se per essere invidiata o semplicemente per desiderio di stare sempre al centro dell'attenzione... comunque si pente amaramente di non aver fatto tutte quelle cose che l'avrebbero potuta mettere nelle condizioni anelate, come uccidere, calpestare i diritti umani, essere egoista, fare voto di scambio e scambio di voti.
Ha cercato di farlo fare a noi, lei ormai è sfiduciata da tutti i treni persi e crede che ormai non ci sia più soluzione alla sua sconfitta: non ha più l'età per darla a qualcuno di importante, suo marito non la sostiene, i suoi figli men che meno. Uno dei suoi figli addirittura la schernisce.
 Costui, questo indegno, ha dovuto subire, nell'ordine:
-la costrizione a dover fare 7 anni di pianoforte nonostante lo odiasse;
-violenza psicologica durante l'arco di tutta la sua vita;
-minacce di abbandono in caso si fosse iscritto a Lettere e Filosofia;
-continui rimproveri perché era troppo timido, non si metteva mai in gioco;
-spinte piuttosto violente a iscriversi a associazioni, partiti politici, ecc...
-crisi di pianto tutte le volte che tale figlio degenerato si permetteva di mettere in discussione i consigli della mamma, che faceva tutto questo per lui, che lo aveva portato in grembo per 8 mesi a letto con le flebo, mentre tutti le consigliavano di abortire;
-opinioni sugli amici da frequentare e le ragazze giuste o sbagliate per lui.

Senza contare il fatto che ogni tre giorni sono sottoposto a un dibattito sulle mie scelte di vita: -amore mio, nella vita va avanti chi è più furbo, tu sei idealista perché non ti è mai mancato niente in vita tua.
-Mamma, non me ne fotte una minchia di guadagnare 5000 euro al mese o diventare Presidente della Repubblica se per farlo devo vendere il mio culo a destra o a sinistra.
-Ma perché questo ragazzo non capisce? Una volta che tu sei importante nessuno si ricorda più tutte le schifezze che hai fatto prima. Sarà brutto, ma è così.
 
Quanto sono belle le amicizie finte, eh, mamma? Quanto è soddisfacente avere una donna che di te ama solo la posizione sociale? Quanto è bello avere la villa e nessuna persona con cui ti senti a casa?
Lo sai tu, come lo so io, che fanno schifo, perché noi in famiglia siamo fatti così, tutti. Purtroppo siamo dei perdenti nati, non siamo furbi. Tu stessa, che tanto ti lamenti, non riesci a fare le cose necessarie a cambiare il tuo stile di vita.
E Io ti ringrazio, perché ogni volta che mi rimproveri me lo fai entrare più forte in testa: meglio liberi, meglio soli, meglio sconfitti.
Sono un perdente e me ne vanto.
    

venerdì 17 maggio 2013

Per dio, Gaarder!

Quando ho cominciato a leggere questo libro, 1 anno e mezzo fa, pensavo fosse un capolavoro.
Gaarder è uno che ci sa fare, con la scrittura. Mai pedante nelle descrizioni, scorrevole e leggero: è praticamente impossibile perdere il filo mentre si legge. Inoltre Jostein ha il dono di rendere indolore il tuffo nel mondo fantastico; il lettore, senza accorgersene, si ritrova a respirare la stessa aria dei personaggi, e, se non sta attento, finisce per affezionarcisi. Il punto è proprio questo: non se lo meritano.
La trama è questa: Petter è un bambino norvegese dall'incredibile fantasia, tanto che trova più divertente stare da solo a inventarsi storie che giocare con altri bambini. A scuola aiuta i compagni con i compiti, lo entusiasma fare lo stesso compito tante volte cercando di prendere sufficiente o buono a seconda delle esigenze del compagno aiutato.
Petter è così fantasioso che condivide la vita con un immaginario nano dal cappello di feltro, oltre che con la madre, e, quando questa muore, ai due rimane casa libera.
Petter ha adesso 20 anni o poco più, e si diverte a conoscere sconosciute per strada e a portarle a letto per poi non rivederle mai più. Alcune ci rimangono male, ma io penso che non potrebbero essere state più fortunate. Petter però sente che prima o poi si dovrà innamorare, e infatti, durante una passeggiata in un bosco (sto tipo sta sempre da solo, ma come diamine fa?), incontra Maria, ed è subito amore. Maria lo capisce, lui le racconta le storie che inventa, scopano più volte. Maria non è entusiasta del fatto che Petter abbia un nano col cappello di feltro come amico immaginario, si fa mettere incinta e se ne va in Svezia. Petter nel frattempo mette su una rete di relazioni con scrittori senza idee, e diventa sempre più ricco vendendo loro le sue storie.

Io ero arrivato qui.
Era un libro carino, il personaggio, nonostante tutte le stranezze, mi era simpatico, e in fondo ero pure invidioso perché anche a me sarebbe piaciuto fare quello che faceva lui. Il mio libro è poi scomparso nel nulla (vivo in una residenza studentesca, l'avrà rubato qualcuno) e io sono rimasto per un anno e mezzo col senso di vuoto perché non avevo finito quel libro che mi piaceva tanto...
Io sono uno dei responsabili della biblioteca della residenza: ogni tanto ci danno dei soldi e ci dicono di comprare i libri che vogliamo (vogliono la fattura, eh! Se no, da buon siciliano, avrei mischiato le loro banconote alle mie e ciao ciao libri). L'ho ricomprato, ero curioso di sapere come finisse, oltre all'ovvio movente di rivincita verso lo stronzo che mi aveva impedito di arrivare al termine prima di chiedermelo in prestito.
Ed ecco come continua la storia: per Petter cominciano i casini, gli scrittori "aiutati" a quanto pare parlano tra di loro e sui giornali cominciano a girare voci sul "Ragno", una persona che tiene le fila di tutta l'editoria scandinava. Inoltre in Germania sono apparsi dei romanzi-fotocopia di quelli che Petter ha venduto a suoi clienti.
Il nostro eroe non se lo fa ripetere, prende il primo aereo a caso e finisce ad Amalfi, nella stanza d'albergo in cui Ibsen finì di scrivere "Casa di bambola". Qui conosce una tizia di cui non mi ricordo il nome, Helga, 'na roba così, che fa la scrittrice e ragiona esattamente come lui, cioè strano. Finiscono a fare l'amore all'aperto sotto un temporale, e dopo aver fatto concluso l'atto, lui, siamo alle solite, le racconta una storia. Petter non finisce il racconto ché la sua bella scappa tra le lacrime urlando; quella storia non avrebbe mai dovuto raccontargliela. Così scopre che la tipa era sua figlia, frutto del rapporto con Maria, e che i romanzi-fotocopia apparsi in Germania erano tratti dalle storie che lui aveva raccontato alla compagna più di venti anni prima.
Quando l'ho letto sono saltato sulla sedia: il mio senso morale era sconvolto. Io sono ateo e relativista, ma certe cose mi fanno impressione lo stesso.
Ma lo schifo non finisce qui. Lui che fa? Spera che lei vada oltre tutto questo e sogna di scappare con lei in Sudamerica.

Bene. Ora io mi chiedo, perché?
Non mi basta sapere che Petter è pazzo. E allora tutti quelli attorno a lui come fanno a trattarlo da persona normale? Mica possono essere tutti pazzi.
Studio la vita di Gaarder, vedo che ha fatto teologia all'università e che per un periodo è stato insegnante di religione. Magari è cristiano, e proprio perché certe cose gli fanno schifo le ha scritte così, ed è stato così bravo nel suo intento da riuscire a farle schifare anche a me, a rendermi così antipatico un personaggio capace di fare tutto quello che io sogno soltanto.
Poi leggo un'intervista di Odifreddi a Gaarder, in cui l'autore norvegese dice di non essere religioso.
E allora ci capiamo: io e te Jostein, siamo due atei che nascono nel cristianesimo, per cui sentiamo ancora forti alcuni dei valori morali cristiani: non scoparti tua figlia; non far capire mai alle persone che le hai usate, ci rimarrebbero male e poi non potresti usarle di nuovo; non vendere racconti, scrivili tu.

Provo ribrezzo per questo libro come sicuramente ne provi tu, Jostein.
Per dio, non farlo mai più!  

domenica 5 maggio 2013

La nave delle regole - Premessa


Io odio le navi. Le ho sempre odiate e sempre le odierò.
Non ho paura che affondino, semplicemente le trovo noiose. Sempre lì in mezzo al mare a non fare niente, la stessa gente, la ricerca di avventure che non ci sono. L’equipaggio poi è quasi sempre composto interamente da uomini. Non fa per me.
Questa storia si è svolta su una nave, ma io non sono pratico di gomene e di poppe e di prue... sono solo scandalizzato per quanto è successo e voglio raccontarvelo.
Potrei chiamare un esperto e farmi spiegare come si chiamano tutti i vari pezzi dell’imbarcazione e tutti i termini marinareschi, e poi potrei chiamarne un altro per farmi spiegare come funziona il diritto delle acque internazionali e come mai quel che è successo è potuto succedere, ma ciò, che pur darebbe un tratto caratteristico alla storia, io non voglio farlo. Perché come non mi piace leggere le storie di navi e di acque, così non mi piacerebbe scriverla, una storia così.
Avrò il difetto di essere un uomo con i piedi ben piantati per terra, ma se quelli che van per mare si rendono responsabili di azioni come quelle che sto per raccontarvi, allora lo ritengo un pregio. Per cui, state bene attenti: quando, e se mai, ci sarà fatto un film con questa storia, beh, quello sarà sicuramente ambientato su una nave. Ma fino ad allora fatemi la cortesia di tradurre “pavimento” con “pavimento della nave” e “muri” con “muri della nave” e “detenuti” con “detenuti della nave”.
Per quanto riguarda i retroscena di questa vicenda, beh, mi vengono da una persona molto bene informata sui fatti, che non può direttamente esibirsi, per ovvi motivi di rischio della propria incolumità. Ha affidato a me il suo sdegno e io sono la voce che deve narrarvelo. Ovviamente se avessimo consegnato questa storia a un giornale tutto sarebbe stato insabbiato e anch’io ci avrei rimesso le penne, se l’avessimo data a qualcuno che fa controinformazione nessuno ci avrebbe creduto; per cui, se volete conoscerla, dovrete accontentarvi del mio modo di narrare, per quanto pessimo possa essere.
Altra precisazione: se siete persone sensibili, prendete questa storia come un romanzo, non fate caso a questa premessa e fate finta che anche questa faccia parte del gioco letterario, ma siate coscienti che state semplicemente cercando di autoilludervi.
Dopo questa doverosa prefazione, possiamo passare alla storia.

giovedì 18 aprile 2013

Se potessimo leggere nel pensiero

A ciascuno di noi piacerebbe saper leggere il pensiero.
Chissà però quanto dev'essere difficile seguire la linea del proprio mentre si legge quello altrui. 
E la parola poi che fine farebbe? Tutt'a un tratto si perderebbero miliardi e miliardi di voci. Quelle baritonali, le stridule, le querule, ma anche le calde e accoglienti e le noiose su cui si fa volentieri un pisolino. 
O forse no. Il pensiero è voce, suono intangibile che rimbomba tra le pareti del nostro cranio. 
Ognuno di noi pensa con una voce diversa, e le voci si ritroverebbero dentro le teste, anche se scomparirebbero le zeppole e le r mosce, e le voci roche e quelle in falsetto.
Leggere il pensiero sarebbe un grandissimo risparmio di tempo. 
La gente non si sottometterebbe più ai vincoli sociali. I veri amici si troverebbero prima, il vero amore mai. 
Le bugie scomparirebbero da questo pianeta ma nessuno sarebbe più libero di pensare.
Chissà come dev'essere controllare i propri pensieri... sarà possibile? 
Perché se no ci sarà qualcuno che vorrà mettere in carcere chi pensa di compiere un omicidio, anche se magari non avrà mai il coraggio di farlo e comunque chi mai farebbe un omicidio con la certezza di venire scoperto?
E i sogni? si possono leggere i sogni come se fossero pensieri? Bisognerà imporre un orario obbligatorio per alzarsi e andare a letto se almeno i sogni si volessero lasciare liberi.
E le lingue? Come farebbe un maori a leggere i pensieri di un cinese?
Io credo però che tutti questi problemi non si pongano: un mondo in cui tutti si concentrano sul sentire i pensieri altrui è un mondo in cui nessuno pensa. 

giovedì 28 marzo 2013

Sostituisci un voglio ad ogni devo

Mi sono stancato di tutti i "bisogna" e degli "è necessario".
Non è vero quello che vogliono farci credere, cioè che chi ti consiglia, sa a che cosa ti manda incontro. Chi ti consiglia vuole solo venderti il suo libro, manipolarti, o farsi un'esperienza sulla tua pelle.
A questo mondo non esiste niente di assoluto, anche la verità più grande può essere smentita da un momento all'altro, ed è questo uno dei motivi per cui si continua a fare filosofia: perché si spera che prima o poi arrivi qualcuno che sveli tutto.
Ma quest'inganno non ha più effetto sull'uomo pragmatico del duemila: questi, infatti, non s'interessa più di filosofia ontologica, preferisce uscire il sabato sera. Purtroppo però, per altro verso, è in balia di principi eterni e indefettibili che limitano la sua autonomia molto più della ricerca di un Meccanismo Nascosto. L'uomo del Duemila è l'uomo del "dove sono finiti i veri uomini?" e del "dove sono finite le vere donne?", un uomo insicuro, disimpegnato, superficiale, tendenzialmente pessimista e sfiduciato; egoista.  Dice solo cose come: bisogna provarla una cosa, prima di giudicare; devi andare a letto con tante ragazze per essere figo; devi metterti in mostra; è necessario scendere a compromessi; bisogna assicurarsi un avvenire certo; devi studiare solo quello che ti è utile; è necessario evitare gli estremismi.
E io rispondo: bisogna? manco per il cazzo. Non vi rendete conto che nessuno di noi si crea i propri parametri per giudicare il mondo? Tutti compiliamo il modulo pre-stampato: età, titolo di studio, reddito, idee politiche, qualche informazione sulla vita privata. Quando ci presentiamo l'un l'altro sembra di conoscere un curriculum.
Ma poi a cosa serve un curriculum? Se io dovessi assumere una persona, il 95% della mia decisione dipenderebbe da parametri che non si avvicinano neanche lontanamente a quelli che la società ci impone di considerare. Io penso che la ragazza con cui stare non si scelga solo dall'aspetto fisico e il candidato alle elezioni non solo dalla possibilità che abbia di andare al governo o di entrare in parlamento... siamo ossessionati dall'idea dell'utile, del concreto: ma è proprio qui che sbagliamo i nostri calcoli. Non siamo capaci di progettare, di sognare, di cambiare un mondo che, diciamoci la verità, fa schifo a quasi tutti. Guardare alle cose così come stanno è un'abilità che non richiede nessuna capacità particolare ed è in possesso di tutti noi, dal primo all'ultimo. Guardare alle cose come potrebbero essere, come dovrebbero essere, come sono per chi le vede con occhio non influenzato dalla logica del curriculum, è invece una dote che va premiata e incentivata.

Bisogna, questa volta sì, ribellarsi agli stereotipi; guardare in faccia il prossimo e riconoscerci un fratello, compiere un'azione perché è giusta e non perché è conveniente, bisogna fottersene di quello che dicono gli altri. Zittisci tua madre, il tuo prete, il tuo professore, togli l'audio a tutte quelle persone che vogliono sopravvivere in questo mondo, non viverlo.Vivere significa scegliere, sperimentare, combattere. Non togliersi le briglie significa il contrario e no, non bisogna farlo.

lunedì 4 febbraio 2013

Crocevia

Se vuoi tentare un'impresa che qualcuno ha già compiuto, segui la strada già battuta.
Se vuoi fare qualcosa  di assolutamente nuovo, fuggila come la morte.